La psicologa risponde

 

Il sito del Mini Club Scooby è lieto di offrire a tutti i suoi visitatori un nuovo spazio dedicato al confronto e al dibattito circa i principali temi che riguardano i nostri bambini.

Si tratterà di una rubrica curata dalla nostra Psicologa Dr.ssa Salvatrice Sergioli che periodicamente affronterà argomenti correlati allo sviluppo psico-sociale del bambino, ma anche alle più usuali difficoltà che le famiglie di oggi incontrano.

Voi potrete esprimere il vostro parere o chiedere dei consigli semplicemente scrivendo a psicologascooby@libero.it .

LE RABBIE INFANTILI

Cari genitori,

per inaugurare questo nuovo spazio di confronto ho scelto di parlare delle “rabbie infantili”, un tema che spesso genera ansietà nelle famiglie, fino a determinare talvolta dei veri e propri stati di impotenza e sconforto.

COSA INTENDIAMO PER RABBIE INFANTILI?

Si tratta di tutti quei comportamenti di opposizione ostinata del bambino, accompagnati da una grande tensione emotiva e fisica.

Gli aspetti più visibili sono: mimica facciale e muscolatura contratta, spesso pugni serrati, urla, pianto incontrollato e prolungato, nei casi più estremi anche comportamenti auto ed etero-lesivi.

COME DOBBIAMO INTERPRETARLE?

Cercando sul dizionario della lingua italiana la parola “rabbia”, la prima definizione che troverete sarà quella relativa ad una malattia che colpisce alcune specie del regno animale.

La rabbia negli animali è una malattia, nell’uomo è … un’emozione!

Cosa ci suggerisce questa affermazione? Io penso che ogni genitore possa inquadrare la questione in questo modo: mentre una malattia va curata, un’emozione va compresa! Partendo da questo presupposto cambierà radicalmente il nostro approccio nei confronti dei comportamenti “incriminati”.

DUE TIPI DI RABBIA

A questo punto una precisazione è d’obbligo: spesso si parla di “rabbia” in maniera indistinta, in realtà le rabbie sono tante e posseggono specifici significati, origini e soluzioni. Per comodità di sintesi le racchiuderemo in due grandi gruppi:

Le prime sono inevitabili nella crescita di ogni bambino, così come sono inevitabili i primi scontri con i genitori che pongono delle regole: attraverso questi scontri e queste rabbie il bambino impara a costruire una rudimentale idea di sé e degli altri, ponendo i primi limiti al suo senso di onnipotenza, classico dei primi 3 anni di età.

Queste rabbie “positive” si scatenano solitamente per motivi ben specifici (gelosie, paure, insicurezze …), solitamente durano poco e hanno un inizio e una fine, insomma, si tratta del classico capriccio nei confronti del quale il corretto atteggiamento genitoriale deve essere di minimizzazione. Davanti ad un capriccio, infatti serve dare affettuosamente dei NO decisi, la modalità deve essere serena ma irremovibile; in ultima analisi, anche ignorare il capriccio (non il bambino!) può essere utile.

Noi Psicologi chiamiamo questo primo gruppo “RABBIE EVOLUTIVE” e le consideriamo funzionali alla crescita psico-sociale del bambino.

Nel secondo gruppo troviamo invece “RABBIE INVOLUTIVE” , quelle cioè che sono fine a se stesse e lasciano sia al bambino che al genitore un gran senso di vuoto. Solitamente insorgono senza una motivazione ben precisa, hanno una durata rilevante, un’intensità molto alta e si interrompono senza un reale processo di “riassestamento”, ma quasi istantaneamente, così come sono cominciate. In alcuni casi possono essere accompagnate da condotte auto o etero-lesionistiche (sbattere la testa contro il muro, strapparsi i capelli, mordere o mordersi, picchiare, ecc).

Queste sono rabbie che seminano germi di sofferenza sia nel bambino che nell’intera famiglia, bloccano l’evoluzione, la crescita e vanno assolutamente affrontate.

MA CHE COSA SI PUO’ FARE?

In questi casi, a differenza del banale capriccio, il bambino non va assolutamente lasciato da solo a gestire una tale mole di angoscia, non va ignorato, ma va ascoltato e osservato, come per cercare di decifrare il messaggio in codice che con quel comportamento ci vuole inviare. Più una rabbia è furiosa e più facilmente potrebbe essere la testimonianza di una sofferenza intollerabile in cui si mischiano angoscia, paura dell’abbandono, tristezza e dolore; cercare di farli ragionare e dimostrare che hanno torto, che stanno esagerando serve solo ad aumentare loro rabbia ,li si aiuta di più stando zitti, cercando di individuare qual è la sofferenza che sta alla base (anche tramite un aiuto psicologico) e magari contenendoli sul piano fisico (abbracciandoli ad esempio, bloccandoli se stanno facendo del male a sé o agli altri) e cercando di stabilire e mantenere sempre un contatto visivo.

E’ fondamentale, infine, non deridere mai la rabbia di un bambino, neanche per sdrammatizzare. È bene ricordare che la stima che un bambino ha di sé, gli deriva dalla stima che gli adulti hanno di lui!

Spero di aver suggerito qualche risposta a qualcuno di voi, ma anche di aver sollevato tanti interrogativi!

In ogni caso potete scrivere i vostri commenti o le vostre domande all’indirizzo mail psicologascooby@libero.it

I vostri intervanti saranno pubblicati sul nostro sito in forma anonima, con le mie risposte.

Dr.ssa Salvatrice Sergioli

Psicologa Clinica

Coordinatrice Pedagogica e formatrice del Mini Club Scooby Franchising

Buongiorno Dottoressa, mi chiamo Sabrina e sono la mamma di una bellissima bambina di appena 1 anno.

Sabrina Roma

Le espongo il mio problema: per questo primo anno della bimba io ho smesso di lavorare per stare a casa con lei; adesso avrei necessità di riprendere , ma ho dei dubbi sulla soluzione del Nido. Sara mi sembra ancora molto piccola e l’idea di lasciarla in mani estranee mi spaventa. A questa età non è meglio rimanere con la mamma? Le amiche mi dicono che al nido la bambina si diverte, ma altri mi fanno quasi sentire in colpa … sono un po’ confusa, mi può aiutare?

Gentile Signora,

quello che lei riporta è un tema molto frequente nei genitori di bambini tanto piccoli: il senso di colpa per lasciarli a qualcun altro, la paura di sbagliare, di non saper capire quale sia la cosa giusta da fare, ecc.

Indubbiamente nel corso del primo anno di età il bambino ha necessità di un rapporto stretto e privilegiato con la madre; l’errore che spesso si commette è quello di ragionare in termini di “quantità” di tempo trascorso insieme, piuttosto che di “qualità”. Infatti per il bambino non è essenziale trascorrere l’intera giornata con la madre, quanto condividere con lei esperienze significative tra le quali, per esempio, l’inserimento al Nido.

Credo che l’esperienza del Nido possa offrire ad un bambino opportunità di socializzazione (soprattutto per chi non ha fratellini) e di crescita molto importanti; gli consente di stimolare la curiosità, la creatività, la recettività e il rispetto delle regole sociali. Certo, è fondamentale che l’inserimento avvenga in modo rilassato, graduale e rispettoso dei tempi del bambino.

Infine, sottolineo l’importanza del rapporto di collaborazione che è necessario instaurare tra famiglia ed educatrici, proprio per un corretto scambio di informazioni e una continuità dei percorsi educativi.

Spero in queste poche righe di aver dipanato qualche suo dubbio, in bocca al lupo a Lei e alla sua Sara.

Dr.ssa Salvatrice Sergioli

Gentile Dottoressa Sergioli,

mio figlio Andrea ha cominciato da poco lo svezzamento e la cosa crea qualche problema. Non riesce mai a completare il pasto, nonostante gli incoraggiamenti o i rimproveri, tanto che alla fine devo sempre integrare con un po’ di latte.

Mi rendo conto che il momento di andare a mangiare sta diventando un incubo, tanto che lui comincia a piangere già da quando mi vede apparecchiare. Per favore, mi dia un consiglio.

Maria S. - Napoli

………………………………………

Mia cara Signora,

il problema che lei solleva è molto comune e mi dà la possibilità di spendere due parole circa la delicata fase dello svezzamento.

Per il bambino, questo è un momento di scoperta e sperimentazione che lui non ricollega al “nutrimento”, ma piuttosto al “gioco”.

Per questo motivo, almeno inizialmente, è importante consentire al bambino di accostarsi al nuovo cibo permettendogli di manipolarlo, osservarlo, anche pasticciarlo un po’. Le prime volte che il bambino si accosta ad un cibo diverso dal latte, infatti, non è fondamentale che lo consumi per intero, ma più che altro che “prenda confidenza” in maniera serena.

In questo modo, piano piano, annuserà, assaggerà, scoprirà le differenze di gusto finchè, in un secondo momento sarà l’ora di inserire anche le regole comportamentali del “mangiare a tavola”: l’uso delle posate e del tovagliolo, il mangiare sempre seduti a tavola, non usare il cibo come un giocattolo, ecc.

Ricordiamoci sempre, comunque, che il momento del pasto deve essere per tutta la famiglia un momento di gioia, ritrovo e condivisione; va vissuto quindi in un clima di serenità.

Sono mamma di due gemelline di 3 anni e come tutte le mamme di gemelli mi piace vestirle e pettinarle allo stesso modo. Una delle due, Lucrezia, gradisce molto la cosa ed è lei a voler imitare la sorella in tutto, ripete sempre “siamo uguali, siamo uguali!”, l’altra invece, Aurora, sembra molto infastidita, per esempio se la sorella sceglie la magliettina viola, lei subito opta per un colore diverso (al quale poi Lucrezia si adatta). In questo modo a decidere è sempre Aurora e Lucrezia finisce per adeguarsi alla sorella, pur di essere uguale a lei. Cosa devo fare? Non vorrei che una prendesse troppo il sopravvento sull’altra, vorrei che decidessero un po’ per una.

Simona L. Terni

Cara Signora,

credo che il problema non sia tanto farle decidere una per volta, ma piuttosto consentire ad entrambe di esprimere le loro preferenze anche a discapito dell’essere uguali.

I gemelli, già di natura sviluppano un legame molto stretto, da piccolini addirittura simbiotico, che i genitori tendono a rinforzare ulteriormente con la somiglianza fisica. Io personalmente sono contraria a vestire e pettinare i gemelli allo stesso modo, o a comprare loro gli stessi giochi.

Crescere, infatti, vuol dire acquisire una propria identità, trovare la propria unicità nel mondo e per due gemelli questo compito è reso più arduo dal fatto di avere accanto un fratellino esteticamente uguale; se in più questa “identicità” viene allargata anche ai campi decisionali, allora diventa tutto veramente difficile.

E’ bene infatti che ognuna delle sue figlie capisca cosa le piace individualmente e che operare delle scelte diverse dalla sorella non vuol dire essere meno legata a lei. Questo discorso non si riferisce solo all’abbigliamento, ma anche a eventuali hobbies, sports, futuri percorsi scolastici, ecc.

In questo modo vedrà sbocciare due sorelline tanto uguali nei tratti, ma ognuna con la propria personalità, il proprio carattede e il proprio meraviglioso mondo da scoprire!

Dr.ssa Salvatrice Sergioli

Buongiorno a tutti, sono Fabiana. Io e mio marito abbiamo deciso di separarci ma ancora non lo abbiamo detto a nostro figlio, lui ha 5 anni ed è molto legato sia a me che al padre. Il punto è che non sappiamo come dirglielo e quando, il padre vive ancora in casa, ma a breve si trasferirà in un altro appartamento. Sono molto preoccupata di causare un dolore al bambino e non so cosa è giusto fare.

Grazie.

Fabiana B.- Gallipoli (LE)

-

Buongiorno Fabiana,

mi rendo conto che questo è un momento difficile per la sua famiglia e comprendo la sua preoccupazione, ma come ogni fase complicata anche questa può essere affrontata e superata.

Per cominciare, se la decisione della separazione è definitiva deve assolutamente essere comunicata al bambino. Per il bambino la separazione comincia concretamente con l’uscita di casa del papà, quindi sarà il caso di preparalo a questo evento. In che tempi? Non troppo prima (si rischierebbe di far vivere al bambino un’angosciante attesa), né troppo alla fine (non avrebbe il tempo di elaborare la cosa): l’ideale sarebbe circa una settimana prima che il papà si trasferisca.

La cosa più importante è spiegargli che i suoi genitori non si vogliono più bene come marito e moglie, ma solamente come una mamma e un papà, va spiegato che il papà andrà ad abitare in un’altra casa e che lui continuerà comunque a trascorrere del tempo con entrambi. E’ inoltre importante rassicurarlo sul fatto che lui non ha alcuna responsabilità (spesso i bambini si colpevolizzano per la separazione dei genitori) e che l’affetto nei suoi confronti non è assolutamente cambiato.

Infine, è bene rassegnarsi al fatto che il bambino proverà molta tristezza, forse rabbia e lo manifesterà (è del tutto sano e normale); quindi preparatevi ad accogliere la sua sofferenza spiegandogli che queste sensazioni col tempo passeranno e, piano piano, si sarà più felici tutti e tre.

Buona fortuna.

Buongiorno, sono una mamma che lavora e a volte penso di avere poco tempo da dedicare ai miei bambini,lo so che oggigiorno succede alla maggior parte delle donne che lavorano, ma io spesso mi sento in colpa e finisco per riempirlo di giochi e viziarlo troppo! Cosa mi consiglia?

Barbara - Treviglio

Buongiorno a lei e a tutti i genitori che si trovano ad affrontare la medesima situazione.

Comincio col dire che i bambini hanno una concezione del tempo assolutamente differente da quella dell’adulto; per spiegarmi meglio mi rifarò ai Greci che per esprimere il concetto di “tempo” usavano addirittura due termini diversi : Krònos e Kairòs.

Krònos si potrebbe definire come “il tempo dell’orologio!”, cioè quello scandito dal passare dei minuti e dei secondi; questo tempo, ovviamente è uguale per tutti.

Kairòs invece potremmo intenderlo come “il tempo percepito”, cioè legato ad un’esperienza psicologica del malessere o del benessere con cui stiamo dentro una situazione: se noi stiamo bene, il tempo vola, se ci annoiamo o stiamo male il tempo non passa mai! Da questo si deduce che il tempo percepito è estremamente soggettivo e variabile .

Ecco, i bambini vivono in un eterno Kairòs, ovvero il tempo viene da loro misurato non in base al susseguirsi dei minuti, ma in base a cosa succede o meno all’interno di quel tempo.

Questo ci spinge ad una riflessione importante: per un bambino non è fondamentale la quantità di tempo trascorsa insieme, bensì l’intensità della relazione che si riesce a costruire in quel determinato tempo, le esperienze significative che condivide col genitore e soprattutto lo stato d’animo ad esse associato!

Salve, io ho un bimbo di 4 anni a giugno. L\'anno scorso precisamente dieci mesi fa preoccupati che ancora non parlava l\'abbiamo portato in un centro, dove dopo la diagnosi di \"bordeline disturbo pervasivo dello sviluppo\" Le lascio immaginare l\'enorme angiscia che abbiamo avuto. Ha fatto varie sedute con la psicologa e la pedagogista. Successivamente ci è stato detto che non c\'erano che note positive sul bambino che addirittura aveva un q.i. di 129, Oggi il bimbo è molto senza nessuna terapia parla canta ma male la pronuncia lascia molto a desiderare e anche la grammatica e sempre indietro rispetto i coetani, non racconta o se no risponde con qualche breve frase tipo se io chiedo che hai fatto oggi a scuola? lui: ho giocato. Quello che mi preoccupa ora è che il bimbo non chieda mai un gioco quando per esempio andiamo in un negozio, e se prende qualcosa e gli diciamo di riposarla lo fa subito o comunque non ha mai un desiderio forte di qualcosa come tutti gli altri bimbi che addirittura scalciano e strillano se non per il computer con cui gioco un oretta al giono per farlo mangiare perche da sempre inapettente. A casa è buona remissimo dolcissimo affettuoso allegro gioca con tutto ,mi chiedo se è perche io alla fine lo lascio libero di giocare di fare quello che vuole a parte le regole :mangiare dormire .Ma non ho necessita i rimproverarlo a parte qualche stupidaggine del tipo che quando fa la cacca corre per casa nudo e non vuole farsi vestire.la mia paura è se sto sbagliando in qualcosa se sarà un debole cosa che in questa nostra società paghi. Non so se la mia ansia sia giustificata ma mi creda mi rende anche confusa su come porgermi nei confronti dell\'educazione di mio figlio, percui le sarei enormemente grata se Lei volesse rispondermi. Cordiali saluti spero a presto
 

Buongiorno a lei,

innanzitutto comprendo perfettamente la sua preoccupazione che, onestamente, non trovo esagerata.

I disturbi pervasivi dello sviluppo rientrano nella famiglia degli “autismi infantili” e descrivono una generale e compromissione di diverse aree dello sviluppo: interazioni sociali, competenze comunicative, comportamenti, interessi ed attività.

Da ciò che lei descrive queste caratteristiche sono presenti, ma mancano informazioni importanti al fine di rilevare un reale disagio :capacità relazionali, qualità delle produzioni grafiche (disegno libero), evoluzione di un pensiero astratto, ecc.

Pertanto non è possibile, senza un’osservazione diretta confermare o meno la diagnosi che le è stata proposta; una cosa che caldamente mi sento di raccomandarle è quella di affidarsi a degli esperti che possano seguire il bambino e la famiglia , almeno in questa fase così delicata della crescita del bambino. Non dimentichiamoci infatti che tra un paio di anni il piccolo farà il suo ingresso nel mondo della scuola, ed è fondamentale per allora, aiutarlo a raggiungere un’evoluzione quanto più possibile adeguata alla sua età.

Credo che un sostegno Psicologico possa essere fondamentale a tale scopo.

Per il momento non mi sento di poter spingermi oltre, se però aveste domande specifiche da rivolgere, rimango a disposizione.

Saluti,

Dr.ssa S. Sergioli